31/01/09

Copertina



SOMMARIO


SOMMARIO


INTRODUZIONE
pag. 4



CAPITOLO 1 - LA VITA

BIOGRAFIA
pag. 6
LA SUA ORGANIZZAZIONE
pag. 10



CAPITOLO 2 - IL PENSIERO

Il PENSIERO IN ORIENTE
pag. 13
* Sciamanismo
pag. 14
* Taoismo
pag. 15
* Sufismo
pag. 18
* Culti Minori
pag. 20

IL PENSIERO INDIANO
pag. 21
* Induismo
pag. 22
* Tantrismo
pag. 35
* Sikhismo
pag. 40
* Buddismo
pag. 41
* Giainismo
pag. 47

IL PUNTO DI VISTA DI SAI
pag. 50
* Pensiero Filosofico
pag. 51
* Pensiero Pedagogico
pag. 57

CAPITOLO 3 - Sai Baba e l'Occidente

TRA ORIENTE E OCCIDENTE
pag. 72

TAVOLE COMPARATE
pag. 79

CONCLUSIONE
pag. 82

BIBLIOGRAFIA
pag. 83

INTRODUZIONE

INTRODUZIONE

A volte nella vita accadono cose che ci costringono a porci delle domande,
spesso, queste domande, non hanno facile risposta ..


soprattutto, quando non sembrano avere più senso le risposte finora trovate..
allora, il quadro generale della propria esistenza appare sconvolto, e non si sa più da che parti voltarsi per cercare la verità...

Così accadde a me all'età di 15 anni.

Chi ero io? Perché ero venuta al mondo? Che senso aveva tutta quella sofferenza che aveva investito fino ad allora la mia vita?

Fu per caso che incontrai, allora, una signora anziana, che mi parlò del suo viaggio in India, e dell'incontro che ebbe con questo santone. La filosofia di vita di questo strano personaggio mi ha profondamente colpita e aiutata a superare un periodo difficile.

Così ho deciso di approfondire l'argomento in un lavoro scolastico.

Sai Baba
non è, come si potrebbe pensare di primo acchito, il solito "arancione". Il suo pensiero, infatti, non diverso da quello di molti santi e profeti, che hanno predicato l'amore universale, abbraccia e comprende tutti gli altri esistenti sul pianeta. Il suo scopo, ha dichiarato più volte, non è quello di crearne di nuovi, ma di riunificare quelli già esistenti!

Ho suddiviso il lavoro in tre capitoli, cercando di spiegare, in ognuno di essi, un'aspetto della sua vita. Nella prima parte, del secondo capitolo, cercherò di fare un elenco delle principali correnti di pensiero sviluppatesi in Asia, al fine di darne un quadro generale. Nella seconda mi soffermerò di più su quelle indiane, perchè più vicine alla sua dottrina. Spero così di esporre, nella terza, il suo pensiero in modo chiaro, senza ripetizioni, di modo da mettere in rilievo quegli aspetti comuni a tutti gli altri.

Il primo capitolo riguarda, invece, la sua biografia e la sua organizzazione; mentre, nel terzo, ho voluto fare un parallelo tra il suo pensiero e quello occidentale.

CAPITOLO 1 - La Vita





CAPITOLO 1




La Vita




"Il mio ruolo è quello di rigenerare
spiritualmente l'umanità,
mediante la verità e l'amore"

BIOGRAFIA DI SAI BABA

BIOGRAFIA DI SAI BABA

Occorre premettere che le fonti biografiche da cui ho potuto attingere sono basate su due opere, entrambe elaborate da persone attive nel settore educativo.

In una, le notizie fornite sono chiaramente improntate all'agiografia convenzionale, che è comune a tutte le latitudini, per cui la vita viene letta a partire dagli esiti miracolistici, in modo tale che forse diventano eccezionali anche i fatti più banali. Nell'altra, invece, l'autore si dimostra più obiettivo e meno coinvolto, cercando di separare il vero dal mito. Infatti, anche se ancora in vita, questo personaggio è già entrato a far parte della leggenda... Ho preferito prendere spunto da entrambe le opere, per non eludere notizie, al suo riguardo, che sarebbero potute risultare utili, o quanto meno interessanti.

Sai Baba nasce il 23 Novembre del 1926, in un villaggio chiamato Puttaparti, situato nella zona centrale dell'India, esattamente nell'Andhra Pradesh. Si racconta che misteriosi e strani avvenimenti si susseguirono prima, durante e dopo la sua nascita, a riprova del fatto che, dicono i saggi del posto e i suoi devoti, egli non è un'incarnazione comune, ma un Avathar, cioè un'incarnazione divina. Fin dalla più tenera età si distinse per la sua condotta, e per questo era diventato il beniamino dell'intero villaggio.

Per esempio, aberrava mangiare la carne e si dispiaceva molto quando qualcuno, in casa, decideva di uccidere una creatura per tale scopo. Non deludeva mai le preghiere dei mendicanti che gli chiedevano del cibo, nemmeno quando la madre lo avvertiva che, se avesse continuato, ne sarebbe rimasto senza lui. Ed egli preferiva rimanere senza...

Non raccontava mai bugie, non rispondeva alla violenza fattagli dai bambini o dagli adulti, ecc. Di carattere riservato, mostrava particolari inclinazioni religiose: grazie alla sua attitudine al comando, per esempio, raccoglieva attorno a sé i monelli della strada per cantare i Bhajan, i canti sacri, formandone un gruppo richiestissimo.

Veniva chiamato per questo il "bambino guru". Si dice di lui che era un genio nato, oltre a uno studente modello: sapeva comporre e danzare in modo sublime. Per questo la sua fama si diffuse in tutto il circondario e lo precedette a Uravakonda dove fu mandato, dal padre, a frequentare la scuola superiore, nella speranza che diventasse un funzionario del governo. Infatti, con tale carica, ben remunerata, avrebbe potuto far fronte alle ristrettezze economiche della famiglia. Qui a Uravakonda (che significa "collina del serpente") la sua vita ebbe un brusco e drastico cambiamento.

Il 7 Marzo del 1940, l'allora 14enne Satyanarayana (nome di battesimo) si sentì male, dopo una manifestazione di dolore che i parenti attribuirono al morso di uno scorpione nero, animale molto numeroso in quella zona. Da ciò la relativa preoccupazione, perchè tale veleno porta inevitabilmente alla morte. Lo scorpione però non fu trovato e Sai Baba non morì, almeno non nella comune accezione del termine... Dopo l'episodio cominciò a comportarsi in modo anomalo, la sua personalità non era più la stessa, si stava trasformando.

Si fecero molte congetture (quali la possessione demoniaca, la pazzia) e lo si portò da medici e stregoni d'ogni tipo, per cercare di guarire quello che i familiari vedevano come un grave squilibrio e che invece, a detta dei saggi, era solo l'inizio del manifestarsi della sua vera realtà. Il piccolo Sai si sottopose a torture d'ogni genere, affrontandole con eroico coraggio e incredibile spirito di sopportazione, prima di arrivare ad affermare, il 23 Maggio 1940 ai suoi familiari e il 23 Ottobre davanti a tutta la scuola, che lui era Sai Baba, cioè la reincarnazione di Sai Baba di Shirdi (un fachiro indiano, morto 8 anni prima della sua nascita, venerato da molti per la sua saggezza), venuto al mondo per compiere una divina missione e non poteva più rimanere in famiglia e terminare gli studi, poichè i suoi devoti lo attendevano.

Dette molti segni, molte prove significative, prima di andarsene. Quali, ad esempio, la materializzazione di vibhuti (cenere sacra), caratteristica del santo di Shirdi, o ancora la guarigione di un malato di tubercolosi, ecc.

Da allora fu chiamato Sri Sathya Sai Baba e cominciò a ricevere i suoi devoti, che si fecero via via sempre più numerosi (oggi se ne contano a migliaia), per i quali predicava e faceva molti miracoli, allo scopo non tanto di allevviare le loro sofferenze, quanto di portarli ad una visione più spirituale della loro vita.

Anche ora, egli afferma di essere venuto al mondo per riportare il genere umano sul "retto sentiero" e far comprendere il legame che ne sta alla base: quello divino.

I miracoli, attribuiti a Sai, sono presenti anche nella sua infanzia, ma si fanno più numerosi e "ufficiali" dopo l'episodio di Uravakonda.

Attualmente egli vive a Prasanthi Nilayam, che significa dimora di pace infinita, il suo quartier generale, diciamo, situato non molto distante da Puttaparti. Qui continua a ricevere numerosissime persone, provenienti da tutto il mondo, spinte dai suoi miracoli o, più semplicemente, dallla curiosità, o dalla testimonianza di quelli che dichiarano aver ricevuto da lui numerosi aiuti e prodigi, non solo materiali, ma soprattutto spirituali.

Sai Baba asserisce di avere come intento primario il ripristino del dharma, cioè della strada che conduce l'uomo a Dio. La sua opera è tutta improntata a questo.

Si proclama essere realizzato e, in quanto tale, capace di guidare verso la Verità coloro che ancora non vi sono arrivati (in sostanza tutto il genere umano, salvo, forse, qualche eremita o santo isolati).

Permette ai suoi devoti di venerarlo come un Dio, ma dichiara di non pretendere un simile trattamento. "Ognuno deve scegliere il proprio modo e la forma a lui più congeniale per adorare Dio", sono le sue parole.

Inoltre, dichiara essere, questa, solo la seconda delle sue incarnazioni come essere divino e che, nella terza ed ultima, verrà chiamato Preman Sai.

"Il mondo è arrivato sull'orlo del disastro, tanto da aver bisogno di tre discese del Signore",

sono le sue parole.

Ha già predetto l'età in cui lascerà questo corpo e il modo: "All'età di 95 anni lascerò questa terra inoltrandomi nel fiume. Per quella data sarò riconosciuto come il Signore del mondo". Precedentemente, infatti, aveva asserito:

"Nel 2000 i due terzi del mondo mi riconosceranno come il condottiero spirituale".

LA SUA ORGANIZZAZIONE

LA SUA ORGANIZZAZIONE

Sai Baba ha creato un'organizzazione mediante la quale, attualmente, circa 10.000 villaggi indiani vengono assistiti in campo economico, sociale, culturale e spirituale.

Ha promosso la costruzione di scuole e ospedali e la formazione di centri, dove vengono rilanciati la preghiera, il canto devozionale e lo studio delle sacre scritture, che si sono diffusi, oramai, un po' in tutto il mondo.

In campo educativo ha fondato un sistema completamente nuovo, dove, accanto ai programmi ministeriali, vengono impartite, agli alunni, lezioni di vita basate su cinque valori, da lui chiamati Valori Umani:

- Verità,
- Rettitudine,
- Pace,
- Amore e
- Non violenza.

Ciò che stupisce maggiormente nell'opera di Sai Baba è che, nonostante sorgano continuamente istituti, ospedali, scuole e case per i poveri, non viene mai richiesto un solo centesimo.

Egli stesso ha proibito tassativamente di fare richiesta di denaro, invitando invece i più ricchi ad elargire i loro beni per l'utilità comune.

Così, la sua organizzazione mondiale non è altro che un insieme di persone volenterose, da lui coordinate e guidate, volte a diffondere il suo messaggio, non solo tramite insegnamenti verbali, ma, soprattutto, con gesti concreti.

L'Associazione è strutturata in modo tale da avere un COORDINATORE CENTRALE INTER-CONTINENTALE, in diretto contatto con Sai Baba, un COORDINATORE per ogni continente (in Europa ve ne sono due), un PRESIDENTE per ogni nazione; inoltre ogni paese ha svariati centri con i relativi presidenti e coordinatori regionali.

Ogni centro si suddivide in tre "ale": ala educativa, ala spirituale e ala di servizio.

A seconda della grandezza del centro vi sono uno o più presidenti e coordinatori delle differenti ale.

Sai Baba non possiede nulla di suo,
anche l'Ashram, dove risiede assieme a un gruppo più o meno stabile di devoti, quando non è impegnato in viaggi o spostamenti, appartiene all'Associazione.

CAPITOLO 2 - I l pensiero





CAPITOLO 2





I l pensiero




“Esiste una sola casta quella dell'umanità,
una sola religione: quella dell'amore”


IL PENSIERO IN ORIENTE

"IL PENSIERO IN ORIENTE"

La filosofia occidentale ricerca una motivazione all'esistenza delle cose. Quella orientale no. Gli orientali considerano piuttosto stravagante questa concezione di spiegare il mondo fenomenico. La loro preoccupazione è, piuttosto, quella di elevare lo spirito, affinchè realizzi se stesso. Il perché delle cose, per loro, deriva necessariamente da un'illusione di fondo, in cui questo è prigioniero, per cui la sua realizzazione è detta anche liberazione. A livello dell'Assoluto non ci sarebbero più perchè, la questione non si porrebbe neanche in quanto non esisterebbe più l'io separato, causa, appunto, di illusione.

Passerò ora ad analizzare alcune dottrine che possono essere significative al fine di comprendere in quale direzione si muove il pensiero orientale.

a) Lo Sciamanismo.

a) Lo Sciamanismo.

Chiamato anche Sciamanesimo, il termine significa "tecnica dell'estasi".

Sciamano deriva dal tunguso "saman" e lo si ricollega al sanscrito sramana e al pali samana, che significano "uomo ispirato dagli spiriti".

Lo sciamano è un "agente di potere", uno "stregone", che esiste in funzione di un gruppo, bisognoso di un individuo che funga da mediatore col mondo soprannaturale degli spiriti.

Dove lo spirito di clan va sempre più sgretolandosi, anche lo Sciamanismo di conseguenza scompare. Resiste in popolazioni particolari, come per esempio i Lapponi, nelle tribù ancora a uno stadio primitivo, ecc.

Dovunque esista questa pratica possiamo rilevare, comunque, caratteristiche superficiali e strutture profonde costanti.

Ciò che accomuna tutti gli Sciamani del pianeta è il tema del viaggio interiore, che compiono attraverso una crisi esistenziale, che li porta a scoprire nuovi "mondi visionari" e a risvegliarsi a "ordini non comuni della realtà".

Si tratta di una pratica antica quanto l'uomo, che non ha delle origini ben precise. Attraverso i secoli lo Sciamanismo è rimasto vivo, adattandosi di volta in volta alle diverse culture.

Il Comunismo non lo ha potuto vincere direttamente, perché si tratta di una tecnica materialista, senza clero, senza luogo di culto, rispondente ai bisogni della propaganda ateista.


Va quindi concepito come sopravvivenza clandestina di credenze ancestrali e lo testimoniano numerosi documenti preistorici del paleolitico.

b) Il Taoismo.

b) Il Taoismo.

In cinese si dice Tao Chiao, ed è una delle tre forme religiose della Cina tradizionale. Le altre due sono: il Confucianesimo (Ju Chiao) e il Buddismo Zen (Fu Chiao).

E' chiamato anche Tao Chia, per indicare la Scuola taoista che segue gli insegnamenti di Lao Tze e Chuang Tzu e che risale al 4°sec. a.C., mentre il primo termine si riferisce alla Chiesa taoista, un'organizzazione para religiosa che data soltanto dal 2°sec. d.C..

Entrambe le forme si ispirano alla tradizione religiosa della Cina antica, differenziandosi però nel modo di utilizzarla. La Scuola taoista l'ha demitizzata, mentre la Chiesa ne ha conservato le credenze mitologiche, e le pratiche magiche.

L'idea madre della saggezza cinese è che tra le vicende dell'uomo e quelle del cosmo fisico vi sia una correlazione molto stretta, una simmetria dinamica, tra mondo mentale e mondo esteriore, governata da un principio universale chiamato Tao (i greci avrebbero detto Logos, noi diremmo Legge di Natura), dotato di una sua energia vitale, chiamata "Te".

Meta ultima del Taoismo è raggiungere uno stato di perfetta unità tra il soggetto e l'oggetto, tra l'essere e il non essere. Uno stato di serenità, di pace suprema, in cui non c'è distinzione fra le cose e in cui l'io è abolito.

Per raggiungerlo bisogna arrivare a comprendere il Tao. Non serve a nulla, però, avvicinarlo in modo astratto e razionale, bisogna procedere per via intuitiva, per esperienza diretta. Bisogna vivere il Tao.

Vi sono due strade per far questo: quella del Ming, o della "luce celeste", e quella del Ching, detta anche "la via oscura". La prima è detta anche Wu Wei, ed è il principio d'azione del saggio. Consiste nel rispettare la vita e i ritmi naturali dell'uomo con l'universo. In generale lo si traduce con "non agire"(da Wu che significa non e Wei atto, sforzo, compiere), ma questa traduzione è in realtà molto imperfetta, perché suggerisce l'idea di passività, mentre il Taoismo non predica la non curanza, ma l'impegno totale degli esseri nella vita e la perfetta azione. Parole come, non ingerenza e abbandonare la presa, sono più adeguate.

Il Wu-Wei rinvia alla condizione di non desiderio, alla serenità che attenua le tensioni ed è un fattore di realizzazione. E' un astenersi dalle attività contrarie alla natura, un agire corretto, spontaneo, libero, in piena armonia.

Il saggio cinese è nel mondo, partecipa totalmente al reale, cerca di vivere pienamente e in modo consapevole l'istante presente. Quello indiano, invece, è assente dal mondo, lo considera come nulla.


L'altra via, quella del Ching, è la via della quiete e della contemplazione. Consiste nel "badare al proprio corpo" e si presenta come una via di risveglio, le cui due facce sono la rivelazione e la liberazione, ma i taoisti immaginano sia una via incompleta. Più facile perché la si può determinare, ma che ha realmente sbocco solo se si fonda sulla luce del sole del Ming.

Quando i primi gesuiti arrivarono in Cina tentarono di sostituire al concetto di Tao quello di Dio, ma non vi riuscirono. Primo perché il concetto di Tao è molto più ampio, inoltre esso è strettamente impersonale.

Quasi tutte le mistiche orientali poggiano sul senso di integrazione tra l'essere e il non essere, l'uomo e la realtà ultima. Tuttavia,

nel Buddismo e nell'Induismo l'accesso all'unità passa attraverso varie percezioni, vari gradi. Per i taoisti, nulla di simile. Tutto accade su uno stesso piano. In ciò, hanno una visione più semplice e meno intellettuale delle altre filosofie.

Perché, infatti, dovrebbero esistere piani diversi, quando il Tao è dappertutto?

c) Il Sufismo.

c) Il Sufismo.

E' l'aspetto esoterico dell'Islamismo. Il termine deriva da suf, che significa pelo di cammello e lana grezza, dal fatto che i seguaci di questo movimento spirituale indossavano un saio ricavato dai peli di cammello e una caratteristica mantella di lana bianca.

Il Sufismo sorse all'incirca nell' VIII sec. d.C., data in cui cominciarono ad apparire i primi gruppi di asceti. Infatti, questa religione è formata da una serie di esperienze personali, tendenti a favorire un riavvicinamento dell'essere alla realtà estrema. Suo scopo è quello di annientarsi in essa.

L'esperienza dell'unione con Dio, propria dei sufi, ne faceva degli irregolari da emarginare, perché essi arrivavano a identificarsi con Dio stesso. Ecco perché, all'inizio, vivevano una vita eremitica e solo più tardi sorsero anche delle confraternite.

Il Sufismo subì influssi diversi: dal neoplatonismo dei greci, alle sette manichee, gnostiche (1) e zoroastriane. I diversi metodi esistenti derivano dall'esperienza di un grande maestro storico, iniziatore di una confraternita.

Tuttavia, sebbene i metodi iniziatici siano molti, la finalità è comune: condurre dall'individuale all'universale, dal mondo finito all'infinitudine. L'intento è quello di portare l'uomo allo stato di santità, di modo che arrivi ad avere la "visione del cuore". Lungo tutto il suo itinerario spirituale il discepolo cerca di acquisire le virtù che devono operare in lui la trasformazione e, per far questo, segue rigorosamente gli insegnamenti di un maestro.

I quattro punti su cui questi si basano sono:
-Invocazione;
-Meditazione;
-Difesa del cuore;
-Preservazione del legame col maestro.

L'invocazione è la costante preghiera del cuore volta a Dio per non dimenticarlo e ha l'effetto di fortificare l'animo. La meditazione ne è un necessario complemento: predispone a ricevere la certezza di Dio e trasforma le immagini mentali che sfuggono alla presa della coscienza, ma sono percepite dall'occhio del cuore. Poi vi è la difesa del cuore, importantissima perché consente di mantenere sempre vivo lo stato di illuminazione cui si è giunti mediante le due tecniche precedenti. Infine, il legame col maestro, che rimane anche dopo la morte e che comporta il discepolo obbedisca a tutti gli ordini, anche a quelli più insensati o apparentemente impossibili.

Funzione essenziale della via è quella di insegnare all'uomo a staccarsi dal suo io, causa principale di illusione e sofferenza. Quando arriva a cancellarlo, il cuore si colma di certezze e può adempiere alla missione ricevuta da Dio: diventare un suo intermediario nella creazione, una porta aperta per gli altri verso la Verità.

I sufi chiamano questa missione il mandato, o deposito (amana), lo considerano il fine supremo a cui tendere e dicono sia nell'interiorità più profonda che si arriva a conoscersi veramente, sapendo di non essere nient'altro che Allah.



-----

(1) Religiosità gnostica: era come il sottosuolo spirituale dell'Iran, in stretto contatto con le grandi tradizioni induiste e buddhiste, specie quelle della scuola yoga.

d) Culti minori.

d) Culti minori.

* SCINTOISMO: E' la religione giapponese.
Di antichissima origine, è molto più di un credo. E' tutto l'insieme di tradizioni, atteggiamenti e idee, del popolo giapponese, che si manifesta nella venerazione dei Kami (spiriti di natura). L'uomo, secondo gli scintoisti, è un Kami in potenza e, per questo, la sua natura è buona. Questa fede è tanto viva e forte che, in Giappone, tutte le altre forme di culto sono delle minoranze esigue. Anche il Buddismo rientra fra queste e, anzi, molti buddisti sono anche scintoisti.

* ZOROASTRO: Chiamato anche Zaratustra, questo profeta, vissuto si dice nel 6°sec. a.C., predicò la dottrina del "duplice giudizio" (che entrerà a far parte anche del patrimonio religioso occidentale) secondo cui il Dio supremo Ahura Mazda, sdoppiato nei due principi Ormuzd e Ariman (dio del bene e dio del male), giudicherà l'operato dell'uomo e, alla fine dei tempi, instaurerà un mondo totalmente rinnovato (una specie di resurrezione cosmica). Ogni singolo uomo deve prendere posizione, auto determinarsi verso il bene e contro il male. La prospettiva zaratustriana sul futuro fa leva, infatti, sulla libera scelta dell'uomo da cui dipende, in sostanza, il corso delle cose venture.

IL PENSIERO INDIANO

"IL PENSIERO INDIANO"

L'India, nel corso delle ere, ha messo a punto innumerevoli tecniche di trasformazione interiore, adatte ad ogni tipo di sensibilità. Come al solito, esporrò solamente quelle più utili alla nostra trattazione.

Prima, però, occorre sottolineare come la tradizione spirituale indiana non sia staticamente legata al passato: al contrario, essa è una realtà dinamica che, di generazione in generazione, si perpetua e si rinnova, dando vita a nuovi germogli. Infatti, testi recenti, come quelli di Ramakrishna, o di Ramana Maharshi, appartengono oggi alla tradizione indiana, quanto le opere di Patanjali, o di Shankara.

Inoltre, l'India, al contrario di quanto accade nella cultura occidentale, non è mai stata teatro di rivalità o divorzio fra religione, filosofia, scienza, diritto, psicologia, ecc., e, per quanto riguarda le fonti storiche, si preoccupa pochissimo della paternità dei grandi testi tradizionali (di essi ciò che conta è il contenuto); difatti, manca completamente anche di annuari, il che rende difficile definirne lo sviluppo storico, per il quale si ricorre a documenti paralleli dei paesi limitrofi, o di popolazioni invasori.

a) L'Induismo.

a) L'Induismo.

Già parecchi secoli prima dell'era cristiana, l'India era un meraviglioso paese in cui vi fioriva un'elevata civiltà. Gli antichissimi inni dei "Veda", i testi dei "Brahmana" e delle "Upanishad", erano il frutto delle meditazioni di generazioni e generazioni di saggi. Era infatti un costume assai diffuso, in quel paese, che gli uomini dedicassero la propria esistenza a cercare di risolvere i problemi più importanti della vita umana: per quale fine siamo stati creati? Che cosa ci attende dopo la morte? Forse nuove incarnazioni? E quale importanza hanno per l'uomo i dolori e le gioie della sua vita?

Per trovare una risposta a queste domande, moltissimi uomini trascorrevano gran parte delle loro giornate raccolti in profonda meditazione. Osservando le vicende della vita umana, erano giunti alla convinzione che l'unica parte dell'uomo degna di considerazione fosse lo spirito, mentre il corpo un fastidioso fardello.

Quelli più convinti di queste verità si proposero di soffocare tutti i propri sentimenti e tutte le esigenze del proprio corpo. Pensavano che allora lo spirito, non più distratto da preoccupazioni terrene, potesse trovare le grandi risposte. E di risposte ne trovarono molte...

LA RELIGIOSITA' INDIANA non costituisce una dottrina uniforme, bensì un complesso di idee religiose che vanno dalla superstizione alla mistica più elevata. L'assenza di fonti storiche, tipica in India, ne rende difficile definire la storia; tuttavia, gli studiosi sono concordi nell'affermare che essa si suddivida in tre fasi: Vedismo, Brahmanesimo e Induismo vero e proprio. Ognuna di esse, però, non costituisce una distinzione netta, piuttosto uno sviluppo della precedente.

Nella prima fase, che si colloca approssimativamente dal 1500 al 900 a.C. (più o meno in concomitanza con le invasioni ariane) l'interesse dominante è per i testi sacri dei Veda, cui si tributava una venerazione assoluta (non a caso molti storici affermano siano stati composti proprio in questo periodo). Nella seconda, invece, (900-500 a.C.circa) questo si spostò alla classe dei Brahmani, i quali si imposero come casta dominante per la loro funzione di custodi della parola sacra trasmessa dai Veda. La terza, infine, (che va dal 500 a.C., circa, fino ad oggi) è caratterizzata dall'insorgere di movimenti rinnovatori, come il Buddhismo e il Giainismo, che si rivoltarono contro l'esteriorità religiosa della casta sacerdotale, la cui supremazia cominciò a incrinarsi.

Nonostante queste differenze, comunque, i principi fondamentali, della religiosità indiana, sono sempre stati e sono tuttora questi:

1) la credenza nel samsara (sanscrito: "scorrimento circolare"), cioè nella trasmigrazione delle anime soggette alla legge del Karma (legge di casualità), che, a seconda degli atti compiuti in vita, impone di rinascere ancora, nella forma che più ci si è meritati.
2) la credenza nella Maya (l'illusione), che tiene nascosta, come un velo, la Realtà suprema agli uomini.
3) la credenza nella Liberazione (da maya), cioè nell'unione dell'anima individuale (atman o jiva) con l'anima del mondo (Brahman). Secondo i Veda, infatti, l'essenza della realtà è Brahman, un principio impersonale, al di là del tempo e dello spazio, da cui tutto deriva e a cui tutto tende.

Ciò che tiene separato l'atman da quest'ultimo è Maya, da cui è possibile liberarsi raggiungendo lo stato di Moksa (liberazione dal vincolo terreno), con cui si sfugge anche alla ruota delle rinascite. Colui che intraprende questo cammino, isolandosi dal mondo, viene chiamato samana e l'illuminazione che raggiunge è anche detta Sat-Cit-Ananda, cioè essere-coscienza-beatitudine, le tre qualità del divino.

LE STRADE PER ARRIVARE ALLA LIBERAZIONE che si sono sviluppate in India attraverso i secoli, sono molte; l'Induismo, come si è detto, non è un fenomeno uniforme, ma piuttosto un pullulare di sette, tutte, comunque, legate ai principi di cui sopra.

Alla fine del periodo vedico, i brahmani si dettero molto da fare per commentare e rielaborare la dottrina insegnata dai Veda. Nacquero così molte scuole, di pensiero filosofico, con l'intento di dare una giusta interpretazione delle sacre scritture, che, col tempo, si organizzarono in sei grandi correnti, definite ortodosse nella misura in cui ammettevano l'autorità dei Veda.

Nel complesso questi metodi, o cammini, non si escludono a vicenda: si potrebbero paragonare ai vari tipi di cartine geografiche che è possibile tracciare per uno stesso territorio, le quali, pur essendo differenti, presentano lo stesso paese visto da angolature diverse.

I sei Darshana (così sono chiamati dagli indù) sono: Samkhya; Yoga; Vedanta; Mimamsa; Vaisesika; Nyaya. I primi tre sono i piu importanti, costituiscono le colonne portanti del pensiero indiano; per cui li esamineremo più da vicino.

Samkhya, il più antico (6° sec. a.C.), risulta essere strettamente connesso allo Yoga (infatti le due scuole sono legate fra loro) e ha una visione dualistica della realtà, che considera costituita da purusha (principio cosciente, ma passivo) e prakriti (principio incosciente, ma attivo) dalla quale poi, derivano le tre guna: tamas, rajas e sattva, costituenti il mondo manifesto (riprenderemo questo discorso più avanti).

Diversa è, invece, la prospettiva del Vedanta, che ha una visione monistica della Realtà. Fu Shankara (8°sec. d.C.) la figura più illustrte, considerato il capostipite della scuola, secondo cui la dualità e la molteplicità sono solo apparenze illusorie (maya) dietro cui si cela la Verità (il principio supremo del mondo, il Brahman). Il "Sè", l'atman, non risulta, quindi, essere staccato da quest'ultimo; questa divisione sarebbe frutto di ignoranza, di una conoscenza inferiore, primo gradino verso la conoscenza suprema, in cui, appunto, atman e Brahman non appaiono disgiunti, ma in pura unità.

Per quanto riguarda lo Yoga, invece, c'è da dire che la pratica di questa disciplina, almeno a giudicare dai ritrovamenti degli scavi archeologici effettuati nella valle dell'Indo, è molto antica e, anche se è andata trasformandosi a seconda delle diverse influenze di pensiero, caratterizzanti le diverse epoche storiche, nel suo nucleo è rimasta inalterata. Fu Patanjali, nel 5°sec. d.C., a sistematizzarne la dottrina negli Yoga sutra, operando una felice sintesi di tutte le teorizzazioni precedenti. Egli fu in grado di proporre un sistema che, nello stesso tempo, riprendesse e superasse la filosofia Samkhya.

Letteralmente la parola significa "unione"
, "legame", e sta a indicare sia il concetto di liberazione dai legami del mondo, sia il conseguimento dell'unione di tutte le forze e sfere spirituali appartenenti all'uomo. Yoga, infatti, è il metodo attraverso cui si arriva a ottenere il dominio di se stessi, di tutte le proprie energie, che possono essere così guidate nella direzione desiderata, cioè verso la Liberazione. Vi sono otto livelli per arrivare a conseguire ciò, suddivisi in due fasi: la prima, quella dello Hata-yoga, comprende i primi cinque, la seconda, invece, del Raja-yoga, comprende gli ultimi tre. Ognuno di questi otto gradini porta a una presa di coscienza sempre maggiore, con relativo controllo, di una parte del proprio essere. Si va dall'involucro corporeo, per arrivare a quello mentale e, infine, spirituale.

Il primo livello, tra l'altro, comprende l'osservanza di 5 precetti etici, molto simili a quelli giainisti e buddisti, mentre gli ultimi tre riguardano la meditazione e sono: dharana, contemplazione; dhyana, meditazione vera e propria; infine samadhi, illuminazione.

Oltre a queste scuole filosofiche, fiorirono in India altre scuole, di tipo teistico, che si raccolsero in tre grandi correnti: Visnuismo, Shivaismo e Sakhtismo.

Queste si svilupparono grazie all'apporto di nuove opere filosofiche, redatte e composte dal 4°sec.a.C.in poi, che andarono incontro all'esigenza della popolazione di sentirsi più vicina ai testi sacri, fino ad allora rimasti prerogativa assoluta della casta dei Brahmani.

Queste opere sono i Tantra e i poemi epici. In particolare il Mahabarata risulta essere molto importante, poichè, grazie al sesto canto di quest'opera (Bhagavad Gita), si andò avviando, in India, una riforma spirituale, che portò al formarsi dei nuovi yoga:

- Karma-yoga,
- Jana-yoga e
- Bhakti-yoga,

i quali ebbero una maggior diffusione su tutti gli strati della popolazione, rispetto allo yoga classico, poichè non erano esclusivi di una sola classe di persone o casta, ma si trattava di insegnamenti rivolti a tutti, indistintamente.


Dal Bhakti-yoga fiorì il Visnuismo
, mentre

dal Tantrismo derivarono lo Shivaismo e il Sakhtismo.



A loro volta, poi, queste correnti si suddivisero in numerose sottoscuole e sette.


Il Bhakti-yoga è la via della devozione,

lo Jana-yoga quella della conoscenza,

il Karma-yoga quella dell'azione.


Essi sono fra loro strettamente connessi, le differenze consistono solo sull'attenzione posta allo strumento di salvezza. Uno jana considererà più importante la ragione, piuttosto che il cuore, il quale, invece, sarà ritenuto più importante da un bhakta; così, un seguace del karma-yoga considererà più importante concentrarsi sulla correttezza delle proprie azioni, sulla loro fedeltà al Dharma (legge), ma non rinnegherà per questo il valore e l'importanza della devozione, della preghiera, ecc.

Così, la spiritualità, che si era racchiusa nelle mani dei brahmani, tornò di nuovo alla portata di tutto il popolo: un ksatrias che sceglieva il karma-yoga poteva, senza timore, uccidere combattendo, poichè veniva giustificato dalla sua fedeltà al dharma (legge) della sua casta; mentre un paria, tagliato fuori dal mondo dai brahmani, poteva divenire un illuminato grazie al bakhti-yoga, ecc.

I TESTI SACRI: I libri sacri degli indiani sono scritti in sanscrito, la lingua dotta dell'India antica. L'insieme delle scritture sacre dette Veda (cioè "sapere religioso", "scienza sacra") è stato composto lungo un periodo che va dal 1800 all'800 a.C.. Sono, tuttavia, date molto controverse e c'è chi vuole siano state, invece, redatte in epoca molto più remota, ancor prima del terzo millennio a.C.. Dei tanti Veda, che un tempo esistettero, solo quattro libri sono giunti fino a noi.

Essi sono:
- Rig-veda, il sapere in versi;
- Yajur-veda, il sapere in formule liturgiche;
- Sama-veda, il sapere in melodie liturgiche;
- Athar-veda, il sapere in Atharvan, una particolare casta di sacerdoti.

Le prime tre sezioni costituiscono un insieme abbastanza unitario, tanto che venivano designate col nome di "triplice scienza": la casta sacerdotale doveva conoscerle e praticarle con scrupolo. Nella tradizione scolastica indiana, però, ha avuto valore un'altra distinzione, basata sui generi letterari. Ad esempio tutto ciò che nei Veda è composto in versi poetici è stato raccolto nella Samhita (collezioni poetiche), mentre tutto ciò che è stato composto in prosa nelle Upanishad.

Il termine Upanishad significa seduta segreta, confidenziale; si tratta, infatti, di 108 resoconti di colloqui tra maestro e discepolo. Il tema che vi domina è quello della conoscenza in quanto via di liberazione.

Oltre a quelle che fanno parte dei Veda, però, abbiamo Upanishad lungo tutto il corso della storia spirituale indiana. Nel loro insieme costituiscono il Vedanta, cioè la "fine dei Veda"
, sia nel senso ovvio di ultima parte, che di quello di "momento culmine".

Nei tre o quattro secoli prima dell'era cristiana, inoltre, e in altrettanti successivi, fiorì in India una straordinaria tradizione epica, la quale prese forma letteraria in due opere, il Mahabarata (che, fra l'altro, è il più vasto poema della letteratura mondiale) e il Ramayana, attribuite rispettivamente a Viasa e a Valmiki, che sono però da ritenersi autori leggendari, un po' come l'Omero greco.

Secondo una tradizionale distinzione indiana, sono due le grandi stirpi mitiche: quella lunare, illustrata dal Mahabarata, e quella solare, illustrata dal Ramayana. Dei due poemi, il primo è quello che suscita maggior interesse.


"Come in un fiume, dai molti affluenti, nel Mahabarata si ritrova, allo stato di mescolanza, tutto quello che l'India ha immaginato e pensato nei primordi della sua formazione".

Il libro 4° del Mahabarata è una disgressione speculativa di ben 700 strofe. La tradizione indiana ne ha fatto un libro a sé, dal titolo Bhagavad Gita (Canto del beato Signore) o, semplicemente, Gita.

Dai Veda derivano oltre alle Upanishad, le Brahmana che ne costituiscono un commentario e, come suggerisce la parola stessa, furono elaborate dalla casta sacerdotale.

Abbiamo poi i Purana, racconti mitologici e leggende non inserite nei due poemi prima citati; le Agama, i testi basilari delle tre grandi correnti religiose indiane (Visnuismo, Sivaismo e Sakhtismo); infine, vari codici, quali le leggi di Manu, che specificano il comportamento, i rituali, la disciplina degli atti, insomma, propria di ciascuna casta (per cui vi si atterranno scrupolosamente i seguaci del karma-yoga).

L'INDIA


L'INDIA

LA STORIA: Sulle origini della civiltà indiana non si sapeva nulla fino al 1924, data in cui, nel corso di scavi archeologici effetuati nella valle dell'Indo, sono venuti alla luce i resti di quattro antiche città, risalenti al 3000 a.C.. Si scoprì così che già in quell'epoca remotissima vi era, in India, una fiorente civiltà, con un perfetto sistema di fognatura, pozzi e case in mattoni munite di stanze da bagno. Quando, verso il 1800 a.C., gli Ariani invasero la penisola indiana dovettero, quindi, trovarvi una popolazione già molto progredita. Era quella dei Dravidici, uomini di pelle bruna, con naso molto largo e capelli piuttosto ricciuti, i cui discendenti si trovano, ancora oggi, nella parte meridionale dell'India e in quella settentrinale dell'isola di Ceylon. In successive ondate, che si conclusero verso l'anno 1000 a.C., gli Ariani si amalgamarono in modo piuttosto pacifico a queste popolazioni (assimilandone la religione e la civiltà) e se ne venne formando così una nuova: quella indo-ariana. Un'innovazione che essi portarono fu la loro rigida gerarchia tripartita, da cui trassero origine le caste.

A cominciare, però, dal 6°sec. a.C. ripresero le invasioni straniere: durante il periodo, compreso tra il 6°sec.a.C e il 5° sec.d.C., giunsero successivamente i Persiani, Greci, gli Sciiti e gli Unni. Per oltre tre secoli (dalla fine del 7° all'11°sec.d.C.) gli indiani fecero fronte con successo ai tentativi d'invasione da parte degli Arabi, ma a cominciare dal 1000 d.C. un altro popolo mussulmano, quello dei Turchi, riuscì a stabilirsi nelle regioni dell'India settentrionale. Contro questa dominazione si ebbero parecchie insurrezioni da parte di alcuni principi indiani, ma nessuna di esse riuscì a scacciare il popolo invasore. I Turchi restarono fino al 16°sec., quando tutto il paese cadde sotto la dominazione mongola. Questa, che coincise con il periodo più florido della storia del paese, si protrasse fino al 18°sec., quando il Grande Impero Mongolico cominciò a suddividersi in numerosi staterelli in lotta fra loro. Numerose potenze europee, allora, furono attratte da questa nuova situazione e la Francia prima, l'Inghilterra poi, occuparono questa terra. Gli Inglesi divennero, pian piano, i padroni assoluti della regione e solo nel 1947, grazie a Gandhi e ai suoi seguaci, concessero la libertà.

Oggi l'India è un'Unione Republicana, composta di 13 stati e 6 territori. Il capo dell'Unione è un presidente, che dura in carica 5 anni. Egli nomina un Governatore per ciascuno Stato ed amministra egli stesso i territori. La Republica Indiana è democratica: ciascuno stato ha un proprio parlamento. Vi è poi un parlamento dell'Unione.

LE CASTE: All'inizio vi erano solo 4 caste.
- brahmani i sacerdoti
- ksatriyas i guerrieri
- vaishyas i commercianti
- sudras i lavoratori
Al di sotto di ogni casta, stavano poi i paria, di condizione così
misera da essere chiamati "intoccabili".

Col trascorrere del tempo esse si moltiplicarono ed ultimamente ve n'erano più di tremila.

Con l'entrata in vigore della nuova costituzione, vennero abolite; ma gran parte del popolo, per tradizione, continua a rispettare tuttora queste divisioni.

I RITI: I bambini indiani di religione brahamanica ben difficilmente piangono durante la cerimonia del "rito delle nascite", corrispondente un poco al nostro battesimo. Il perché è facile da capirsi: invece di mettere in bocca ai piccoli del sale, (2) come si usa da noi con i battezzandi, si fa assaggiare loro, con un cucchiaio d'oro, del miele con burro fuso.

Questo dolce rito è una delle cerimonie fondamentali degli indiani, di cui altre sono:

- la prima uscita di casa,
- il primo nutrimento solido,
- il primo taglio dei capelli, ecc.

Tutte queste "consacrazioni" avvicinano continuamente la religione alla vita civile. Nonostante l'India sia uno dei paesi più industrializzati dell'Asia, a fianco della sua moderna economia coesistono tranquillamente le usanze e i modi di vita tradizionali.

A un'età variabile, secondo le caste, fra gli 8 e i 24 anni ha luogo "l'iniziazione": il giovane viene affidato alle cure di un maestro spirituale perché impari i Veda e resta con lui fino al momento di sposarsi.

Il rito del matrimonio si svolge presso il fuoco sacro, che non deve mai spegnersi in nessuna casa. Divenuto capo famiglia, il giovane presiede ai riti domestici: fa le quotidiane offerte agli dei e agli spiriti degli antenati, recita i testi sacri, si occupa del culto dei morti, ecc.

Tuttavia, alcuni riti possono venir eseguiti solo dai brahamani, gli unici a conoscere l'arte e i segreti di alcune complicate cerimonie. Si fa ricorso a loro, per esempio, per scacciare i demoni, guarire i malati, procedere ad un funerale, ecc.

I cadaveri vengono cremati, solo quelli degli asceti e dei bambini
al di sotto dei due anni si seppelliscono. (3)

L'indù, quando si sente prossimo alla morte, cerca di raggiungere la città santa di Benares per lavare i suoi peccati nel sacro Gange. I morti vengono bruciati sulla sponda del fiume e le loro ceneri disperse nell'acqua.

Gli induisti suddividono l'esistenza in quattro grandi tappe. La prima è il periodo durante il quale l'adolescente si consacra allo studio sotto la guida di un maestro (guru). La seconda, invece, è quella in cui l'individuo gioca il suo ruolo nella società, formandosi una famiglia, ecc. La terza lo vede, assieme alla propria consorte, ritirato dal mondo e impegnato a meditare sulle eterne verità della tradizione. Nella quarta, infine, egli si stacca anche dalla moglie e cerca di raggiungere la liberazione da ogni vincolo fisico e mentale.

GLI DEI: La dottrina politeista dell'Induismo deriva dalla primitiva adorazione di divinità naturali, tribali. E' stato calcolato che il numero di divinità, tra dei è semidei, si aggira intorno ai 330 milioni, ma le perincipali restano Shiva, Visnu e Brahma, che assieme costituiscono la trimurti. Essi rappresentano, rispettivamente, l'aspetto distruttore, conservatore e creativo del Brahman, al quale restano subordinate.

LE LINGUE: parlate in India sono numerosissime, circa 1500 fra derivazioni e dialetti. Si suddividono in dravidiche e indo-arie. Del primo gruppo fanno parte il tamil e il telegu (4); del secondo l'hindi, e il sanscrito. Le due ufficiali sono: l'hindi e l'inglese.



-------

(2) Il Battesimo un tempo veniva conferito agli adulti. Il sale è il simbolo della sapienza, inoltre
è un composto chimico importantissimo per l'alimentazione. Gli antichi, benchè non ne
conoscessero le proprietà chimiche, avevano intuito la grande importanza del NaCl.

(3) Sarebbe interessante studiare il significato dell'incenerimento e dell'inumazione presso gli
Indiani, tuttavia si può intuire il significato della differenza di trattamento.

(4)
Quest'ultima è la lingua madre di Sai Baba. Egli, però, parla bene anche l'Inglese, e l'Hindi.

b) Il Tantrismo.

b) Il Tantrismo.

Si tratta di un culto molto particolare.

La sua origine è data dal fatto che, a un certo punto, le popolazioni autoctone dell'India sentirono l'esigenza di andare contro la religione ufficiale del Brahmanesimo, contro la casta dominante degli Ariani. Nacque così il Tantrismo, o sarebbe più esatto dire risorse?

Le sue origini, in effetti, non sono ancora del tutto chiare. La dottrina appare ufficialmente verso il 4°sec. d.C., con la pubblicazione dei Tantra, i testi sacri in cui è racchiuso il sapere di questa disciplina esoterica. Molto probabilmente, però, questi testi riassumono una tradizione e un insegnamento tramandato, per via orale, da secoli.

Le ricerche archeologiche effettuate nella valle dell'Indo inducono a pensare si tratti di un culto molto antico, soffocato poi dagli indo ariani. La casta dominante dei brahmini ostentava, infatti, un sovrano disprezzo per questa pratica, che denunciava come un'eresia.

Il Tantrismo sembra essere, insomma, un culto antichissimo, più o meno soffocato durante l'apogeo culturale del Vedismo, ma che seppe approfittare di un suo momento di indebolimento per risorgere nuovamente.


Interessante è notare come ci siano stupefacenti convergenze tra questa dottrina, le sette gnostiche, ermetiche e l'alchimia greco egiziana. Per esempio, comune alla Gnosi (5) e al Tantrismo, è il concetto di caduta dell'energia nella materia.

Al centro della celebrazione del culto tantrico vi è una grande Dea, discendente incontestabile delle più antiche credenze dell'umanità. Nota come la Grande Madre, dea protettrice della fertilità e fecondità, le popolazioni agrarie arcaiche le attribuivano una venerazione quasi assoluta.

La singolarità del Tantrismo fu di onorarla, a volte con sacrifici umani, nelle sue manifestazioni più terrificanti, distruttrici, sanguinose. Alcuni avanzano l'ipotesi che questa rappresentazione servisse a spingere i fedeli a trasgredire i divieti e i riti ufficiali. Infatti, questa pratica propone di raggiungere la realizzazione spirituale attraverso un cammino "a rovescio", che andava contro tutti i divieti e i preconcetti del culto ufficiale del Vedismo. Malgrado il successo che ebbe negli strati popolari, rimarrà un insegnamento segreto, per molto tempo fuorilegge. Forse perché soppiantato da altre correnti di pensiero, come per esempio il Bhakti yoga.

Le vie che conducono alla liberazione insegnate dai Tantra sono due:

- la via della mano destra e
- quella della mano sinistra.

Entrambe si propongono di operare una sorta di ricongiungimento dell'energia (prakriti) col principio primo della realtà (purusha), ma mentre la prima segue un'ascesi di tipo yogico, la seconda utilizza l'energia derivante da un rapporto sessuale per farlo.

La realtà secondo il Tantrismo, ma anche secondo l'Induismo, è costituita da due principi: la coscienza (purusha) e l'energia (prakriti). Questa, a seconda che sia più o meno sottile, si differenzia a sua volta in tre aspetti: Tamas, Rajas e Sattva, detti le tre guna.

A seconda che prevalga uno, piuttosto che l'altro, la realtà muta:

"La competizione delle guna costituisce la realtà invisibile, produttrice dei fenomeni visibili"
.

Sattva
è l'energia che tende a riunire, ad andare verso l'alto, ad accentrare. E' una forza centripeta.

Rajas, invece, è l'energia che rimescola, rotea, stimola.

Infine, Tamas è la massa che tende ad appesantire, a far discendere. E' una forza centrifuga.

Applicati agli stati di coscienza:

- sattva tende a favorire la meditazione,
- rajas il movimento, l'attività e
- tamas, infine, il torpore, la pigrizia, l'illusorietà.

Lo yoga tantrico mette a profitto la potenza rajasica, in modo da servire l'elemento sattvico, mentre il tamas si diluisce e si disgrega a poco a poco. Così il purusha, riassorbendo in sé tutta l'energia, è liberato.

I tantristi identificano il purusha con il Dio Shiva e la prakriti con l'energia divina, la Shakti (noi diremmo lo Spirito Santo). In tal modo, hanno fatto scendere questi due concetti astratti letteralmente nel corpo umano: Shiva-purusha è la coscienza individuale, mentre Shakti-prakriti l'energia di cui è costituito il corpo.

Gli adepti della via della mano destra utilizzano particolari tecniche (mantra, yantra, mudra, asana, lingam) per cercar di risvegliare in loro Kundalini (ovverosia la Shakti allo stato puro, sattvico), l'energia assopita come un "serpente avvolto tre volte e mezzo su se stesso" sulla base della colonna vertebrale.

Quelli della mano sinistra, invece, cercano di farlo attraverso rituali di tipo sessuo yogico, in cui la Shakti risulta essere la donna. E qui entra in gioco la dea Kali...

Come accennato prima, al centro del rituale tantrico sta una dea (discendente del culto arcaico della Grande Madre) detta la "nera". Questa dea è Kali, una delle tante mogli di Shiva. Si parla, infatti, di "nozze Shiva-Shakti" quando si raggiunge l'illuminazione.

Queste "nozze" avverrebbero allorché Kundalini, quest'immensa energia, arrivasse a toccare, dopo tutti i centri energetici (chakra) situati sulla colonna vertebrale, quello più importante situato sulla sommità del capo, dove purusha, la coscienza, si riunirebbe (sarebbe più esatto dire riassorbirebbe) alla prakriti, l'energia. Allora, dicono i testi, il mondo illusorio, fenomenico, cesserebbe di esistere e l'uomo si risveglierebbe nella vera realtà.

Per compiere quest'impresa, pericolosissima per certi aspetti (perché un controllo imperfetto dell'energia Kundalini porterebbe alla pazzia, alla paralisi, se non addirittura alla morte), i seguaci della via della mano sinistra passano da una visione "personale" a una "impersonale", dell'energia prakriti. Per far questo eseguono dei rituali che li trasportano dalla visione di Kali (personale) a quella di Shakti (impersonale). La donna rappresenta la Shakti perché risveglia Kundalini.

Si potrebbe dire che i seguaci della via della mano sinistra hanno bisogno di una sua concretizzazione esterna
, mentre quelli della mano destra no.

Perché, però, la rappresentano, inizialmente, in un modo così terrificante, qual è Kali?

Sarebbe un errore soffermarsi solo sui suoi aspetti macabri. Questa rappresentazione, oltre a essere carica di significati esoterici, ha lo scopo di allontanare ignoranti e codardi. Proprio perché i pericoli di questa pratica sono immensi, occorre che ci si avvicinino solo coloro in possesso della saggezza e della forza necessari a coronare con successo tale impresa.

La differenza sostanziale che il Tantrismo ha con le altre forme religiose indiane, a parte la pericolosità, sta nel fattore "tempo". Esso promette una realizzazione immediata, non rimandata dopo anni e anni di dure discipline.

Inoltre, interpreta diversamente il "desiderio". Il Tantrismo sfrutta la potenza generata da quest'ultimo per elevare lo spirito, non la elimina.

"Si dice che lo yogin non può godere (del mondo) e che colui che ne gode non può conoscer lo yoga, ma nella vita dei Kaula (gli adepti della via della mano sinistra), vi è nello stesso tempo bhoga (godimento delle esperienze del mondo) e yoga."

Il Tantrismo promette la perfezione interiore a coloro che saranno in grado, grazie al loro coraggio, di andare fino in fondo ai loro desideri.

--------
(5) Gnosticismo: tendenza religiosa di tipo sincretistico che ebbe grande diffusione agli inizi dell'era cristiana, le cui complesse diramazioni sono tutt'ora discusse e non sufficientemente chiarite. L'uomo, secondo questa dottrina, ha in sè una scintilla luminosa imprigionata nella materia, che può essere liberata dalla gnosi (greco: suprema conoscenza).

c) Il Sikhismo.

c) Il Sikhismo.

E' un movimento religioso che nacque agli inizi del 16°sec.d.C. dalla predicazione condotta da un guru di nome Nanak. I suoi seguaci si definirono appunto Sikh, che vuol dire discepoli. Egli ebbe 9 successori, l'ultimo dei quali decise di nominare non un uomo, bensì un libro, l'Adi Granth, opera di vari mistici e guru.

La tradizione vuole che Nanak sia stato allievo del poeta e mistico Kabir, a lui contemporaneo, insigne esponente del movimento devozionale della Bakhti, da cui nacque appunto il Sikhismo, che rappresenta un tentativo di sintesi tra Induismo e Islam, su base monoteistica.

L'universo e la molteplicità degli esseri non sono che un riflesso dell'Essere Supremo. L'uomo ha la possibilità di purificarsi conducendo una vita integra e onesta, vincendo il proprio egoismo e rinunciando ai vizi.

I Sikh sostengono la necessità di superare le barriere castali. Nelle loro preghiere invocano Dio usando sia appellativi induisti che islamici.

Hanno, col tempo, assunto una struttura marziale, a carattere militaresco, per via delle persecuzioni a cui furono sottoposti dagli imperatori mussulmani mongoli.


I loro peculiari segni distintivi sono:

-il turbante;
-barba e capelli mai tagliati, questi ultimi raccolti sotto il turbante;
-pettine in legno;
-un piccolo pugnale, che annodano fra i capelli;
-un braccialetto di ferro;
-pantaloni corti alle ginocchia.

d) Il Buddismo.

d) Il Buddismo.

LA VITA DI BUDDHA:

(vero nome Siddharta Gautama) si suddivide
in quattro fasi:

1) nascita e infanzia;
2) cammino verso l'illuminazione;
3) Predicazione;
4) fine della vita terrena ed entrata nel parinirvana.

Il principe Siddharta trascorse i suoi primi 29 anni nel lusso e nelle gioie proprie del suo rango, finchè non si imbattè prima in un vecchio sofferente, poi in un ammalato, infine in un morto. Un successivo incontro con un eremita segnò la svolta definitiva della sua vita: Siddharta, scosso nel profondo del suo animo, abbandonò gli agi e il lusso per andare alla ricerca del senso della vita e, soprattutto, della sofferenza.

Dopo un primo approccio alla filosofia indù, sotto la guida di due famosi brahmani, deluso preferì passare alla pratica e si ritirò nella foresta. Qui, assieme a cinque samana, si sottopose a una rigidissima disciplina ascetica, nel corso della quale, secondo la tradizione, per sei anni si nutrì esclusivamente di un solo chicco di riso al giorno. Deluso però anche da questa pratica, che non gli portò i risultati sperati, si staccò dagli asceti e, ormai 35enne, decise di sedersi sotto un albero di fico e meditare incessantemente, finchè non avesse raggiunto la comprensione della sofferenza.

Raggiuntala nel giro di una notte, nel corso della quale superò le ultime tentazioni di Mara (il diavolo dei buddhisti), decise di diffondere il suo messaggio di salvezza agli uomini e si incamminò verso la città santa di Benares, dove predicò il suo primo sermone. Durante i suoi 45 anni di viaggi di predicazione, si convertirono al suo insegnamento numerose persone e fondò molte comunità (sangha) di monaci (bikkhu).

Alla sua morte, avvenuta a 80 anni, la sua salma venne cremata e le ceneri disputate tra i discepoli, che li divisero fra i 9 regni in cui il Buddha aveva predicato, i quali fecero edificare, su di esse, dei tumuli funebri (stupa), venerati tutt'ora. Oltre a questi, tuttavia, sorsero in seguito molti altri tumuli, non contenenti però l'urna funeraria.

SCUOLE E CORRENTI: i primi buddisti erano tutti monaci organizzati in comunità, la cui esistenza dipendeva dalle offerte dei fedeli. Dopo la morte di Buddha, tuttavia, la religione da lui fondata si divise in tante sette diverse, che poi hanno formato, verso la fine del primo secolo a.C., due grandi rami, detti il Piccolo Veicolo e il Grande Veicolo. I fedeli del primo seguono le tradizioni del Buddhismo antico, non hanno introdotto innovazioni di sorta. Quelli del secondo, invece, danno meno importanza alla regola monastica, estendendo la loro dottrina anche ai laici.

Per il Piccolo Veicolo, infatti, la salvezza è concessa solo ai monaci, mentre nel Grande tutti possono aspirarvi, purchè devoti ai salvatori, rappresentati da Buddha e dai vari Bodhisattva.

Questi ultimi rappresentano un'ennesimo punto di scissione: se l'ideale di vita dei seguaci del Piccolo Veicolo era l'Arhat, il santo che isolato dal mondo raggiunge la salvezza nel nirvana e parinirvana, quello dei seguaci del Grande Veicolo fu, invece, il Bodhisattva, cioè il santo che rinuncia, anche se realizzato nel nirvana, alla propria completa salvezza, che si realizza entrando nel parinirvana, per amore del genere umano sofferente, che aiuta, promettendo di reincarnarsi, fino a quando tutto il genere umano non lo avrà raggiunto. Solo allora potrà entrare nel parinirvana, cioè non reincarnarsi più.

Come è evidente, questa dottrina dà molta importanza alla compassione, la quale non è ritenuta così importante, invece, nella dottrina del Piccolo Veicolo. Forse è per questo che ebbe maggior diffusione fra gli strati popolari, che riempirono il pantheon buddhista, fino ad allora vuoto, delle figure di questi Bodhisattva. I Dalai Lama sono, per esempio, Bodhisattva, ma appartengono a una forma di Buddhismo particolare, quello tantrico, chiamato Veicolo di Diamante o Lamaismo. Esso è l'aspetto esoterico del Buddhismo classico. Si sviluppò in Tibet, ma vi fu importato dai missionari indiani, nell' 8° sec.d.C, dove non ebbe difficoltà ad integrarsi con la primitiva religione sciamanica dei Bon (gli antichi rituali sciamanici ben si accordavano con i rituali magici del Tantrismo). Fu grazie alle traduzioni operate dai monaci, che per l'occasione crearono la lingua scritta tibetana (tutt'ora in uso), degli antichi manoscritti buddhisti, cui la maggior parte degli originali andò distrutta dalle invasioni mussulmane del 12°sec.d.C., se oggi noi possiamo conoscere questa dottrina. Gli storici si basano, tuttora, su queste.

Il Buddhismo quindi, nato in India, scomparve quasi del tutto dalla terra d'origine, poichè soppiantato ancora una volta dall'Induismo, in compenso però si diffuse in tutto il mondo, grazie all'opera paziente dei Lama tibetani.

LE STRADE PER ARRIVARE ALLA LIBERAZIONE: per tutti i tipi di Buddhismo resta valido l'insegnamento di Buddha, che si dispiega nell'enunciazione delle 4 nobili verità, nei 5 precetti e nel nobile ottuplice sentiero che ne derivano (quest'ultimo punto è infatti compreso nella quarta verità, il secondo: una specificazione del terzo e quarto sentiero). Differenze ci sono, semmai, nel modo di interpretarlo: il Piccolo Veicolo, per esempio, considera il samsara in antitesi al nirvana, mentre, per il Grande Veicolo, samsara e nirvana sono due aspetti della stessa realtà, dell'"essenza del vuoto"; ma andiamo con ordine.

La prima verità enunciata da Buddha dice che, tutto nella vita è sofferenza.
La seconda spiega che, questa nasce dai desideri insoddisfatti.
La terza, invece, asserisce che la sua fine viene solo con l'eliminazione dei medesimi.
La quarta, infine, espone la via della liberazione, che è la via di mezzo, cioè il nobile ottuplice sentiero:

-retta fede,
-retta volontà,
-retto linguaggio,
-retta azione,
-retta vita,
-retta applicazione,
-retta concentrazione e
-retta meditazione.

Ai 5 precetti, prima menzionati, se ne aggiungono altri 5 per i monaci, facoltativi per i laici. Questi, che riguardano il rispetto della vita, ricordano molto i 5 precetti del Giainismo e quelli dello Hata-yoga.(1)

Dall'ignoranza nascono le tre radici del male: cupidigia, odio e opinioni sbagliate, che tengono legato l'uomo, il quale, per soddisfare i desideri non realizzati in vita, è spinto a rinascere più volte. Attraverso il nobile ottuplice sentiero egli può, però, arrivare al nirvana, cioè alla condizione di non desiderio, attraverso il quale, dopo la morte, non sarà più costretto a rinascere; entrerà cioè nel para-nirvana.

L'eliminazione del dolore coincide, quindi, con l'interruzione del flusso continuo di mutamenti: la morte fisica, però, annulla l'individualità, ma non l'eternità degli atti compiuti e i loro effeti; quindi è necessario arrivare a superare anche quest'ultima, attraverso, appunto il nobile ottuplice sentiero, chiamato anche la "via di mezzo" perchè non vuole un ascesi rigida, tipica invece dello yoga classico, ma più dolce, "mitigata".

Fin qui tutto è molto simile all'Induismo, le differenze sostanziali con questo sono, difatti, altre. Prima di tutto l'accento che il Buddhismo pone sull'amore (che lo fanno essere, in ordine cronologico, la prima religione incentrata sulla fratellanza), se nel Piccolo Veicolo questo concetto ha un'importanza più limitata, nel Grande investe tutto il sistema etico. Poi la concezione del Brahman e dell'atman. Il Buddha si è sempre rifiutato di rispondere alla domanda se esistesse o meno un Dio trascendente, non ritenendo questa conoscenza utile ai fini della liberazione. Quindi, il nirvana dei buddhisti, risulta essere diverso dalla nozione di liberazione propria degli indù. Questi la considerano un'"unione", un "riassorbimento" in un principio supremo; mentre, i buddhisti, la vedono più come una "cessazione" di tensioni interne.

Anche l'atmam, cioè la vera realtà dell'uomo, è concepito in maniera differente: i buddhisti rifiutano la nozione di Sè e parlano di un non-Sè (Anatta); viene negato il concetto di individualità, di un "io" come entità eterna e assoluta, a favore della concezione di "vacuità universale", secondo cui il nucleo centrale dell'uomo, la sua vera natura, sarebbe il vuoto.

Ciò deriverebbe dal fatto che, sia il mondo, sia l'Io fenomenico che lo percepisce, altro non sarebbero se non il risultato dell'unione di vari elementi che, al momento della morte, si dissolverebbero per ricomporsi nuovamente al momento della rinascita. Questi elementi andrebbero a costituire i 5 skandha (sanscrito: aggregati), cioè i 5 possibili modi di essere della realtà: materia, sensazione, idea, emozione e coscienza.

Entrambi questi pensieri religiosi, comunque, concordano nell'affermare che l'illuminazione sia conoscibile solo attraverso esperienza diretta, il che fa capire come queste divisioni siano solamente apparenti, frutto di speculazioni filosofiche.

Infine, diciamo che, qualunque sia il veicolo intrapreso, per accedere al nirvana anch'esso va abbandonato. La liberazione, cioè, implica il superamento della stessa dottrina. Fu Buddha a spiegare che "la zattera non va portata con sè, una volta raggiunta l'altra sponda, ma va abbandonata".

LA MEDITAZIONE: particolare menzione merita la meditazione (momento culmine del nobile ottuplice sentiero), in cui si arriva all'apice della beatitudine, si acquistano poteri occulti e conoscenze trascendentali. Essa è caratterizzata da 4 stadi, che ricordano i tre dello Yoga.

Il primo è caratterizzato dalla riflessione razionale su un oggetto religioso,
nel secondo qusta attività cessa e si è in contemplazione,
nel terzo svaniscono anche i sentimenti e, infine,
nel quarto, dopo aver superato l'emotività e trasceso il razionale, si entra in uno stato di imperturbabilità assoluta.

Il Buddhismo Zen (meditazione) le attribuisce molta importanza. Il Buddhismo tantrico dà importanza, invece, anche ai sensi. Il suo tipo di meditazione si avvale, infatti, di supporti corporei, magici ed esoterici, come mantra, mudra, yantra, mandala e lingam. Niente a che vedere, per esempio, coi Koan del Chan cinese (aneddoti paradossali finalizzati alla concentrazione).


--------

(1) Vedere tavola comparata nell'ultimo capitolo.